Sindrome da decompressione: sintomi e prevenzione

La sindrome da decompressione — chiamata anche malattia da decompressione (MDD) o, in inglese, decompression sickness — è uno dei rischi che ogni subacqueo impara a conoscere fin dal primo corso. La buona notizia è che, con una condotta d’immersione corretta, è un evento raro e in gran parte prevenibile. In questa guida vediamo che cos’è, perché si forma, come si riconoscono i sintomi, cosa fare in caso di sospetto e soprattutto quali abitudini la tengono lontana.

Nota importante. Questo articolo ha scopo puramente informativo e non sostituisce la formazione di un corso subacqueo né il parere di un medico. In caso di sospetta malattia da decompressione contatta subito i soccorsi e una centrale di emergenza subacquea (in Italia il DAN Europe).


Che cos’è la sindrome da decompressione

Durante l’immersione respiriamo aria (o miscele) a una pressione superiore a quella di superficie. Parte dell’azoto che respiriamo, essendo un gas inerte che il corpo non consuma, si discioglie nei tessuti in quantità tanto maggiore quanto più a lungo e più in profondità restiamo. Finché la pressione resta alta, l’azoto rimane disciolto senza problemi.

Il problema nasce in risalita: se la pressione ambiente cala troppo in fretta, l’azoto in eccesso non ha il tempo di essere trasportato dal sangue ai polmoni ed eliminato con il respiro. Si formano allora micro-bolle nei tessuti e nel sangue, un po’ come quando si apre di scatto una bottiglia di acqua gassata. Sono queste bolle a comprimere nervi, articolazioni e vasi, provocando i sintomi della malattia da decompressione.

Subacqueo che effettua la sosta di sicurezza a cinque metri
La sosta di sicurezza a 5 metri dà all’azoto in eccesso il tempo di essere eliminato con il respiro prima dell’emersione.

I sintomi della malattia da decompressione

I sintomi possono essere lievi e sfumati oppure gravi e improvvisi. Nella maggior parte dei casi compaiono entro un’ora dall’emersione, ma possono presentarsi anche molte ore dopo. Si distinguono tradizionalmente due forme:

FormaManifestazioni tipicheGravità
Tipo I (lieve)Dolore articolare e muscolare (i cosiddetti «bends»), stanchezza marcata, prurito, chiazze cutanee, gonfiore linfaticoMeno grave ma da non ignorare mai
Tipo II (grave)Formicolii e intorpidimento, debolezza o paralisi agli arti, difficoltà a camminare, vertigini, disturbi visivi o dell’udito, difficoltà respiratorie, confusioneEmergenza medica: richiede trattamento immediato

Un sintomo tipico e spesso sottovalutato è una stanchezza sproporzionata rispetto allo sforzo dell’immersione, a volte accompagnata da mal di testa. Nel dubbio, va sempre considerato un possibile segnale.

Grafico dei tempi di comparsa dei sintomi della malattia da decompressione
La maggior parte dei casi si manifesta nelle prime ore dopo l’immersione, ma la comparsa può essere ritardata.

Le cause e i fattori di rischio

La causa diretta è sempre la stessa: una riduzione di pressione troppo rapida rispetto alla quantità di azoto accumulata. Diversi fattori però aumentano la probabilità che questo accada:

  • Risalita troppo veloce o mancata sosta di sicurezza.
  • Immersioni profonde o lunghe, che caricano più azoto nei tessuti.
  • Immersioni ripetitive ravvicinate senza adeguato intervallo di superficie.
  • Profilo «a yo-yo» con continue risalite e discese.
  • Sforzo fisico intenso durante o subito dopo l’immersione.
  • Disidratazione, freddo, stanchezza e consumo di alcol.
  • Volo in aereo o quota in montagna troppo presto dopo l’immersione.
  • Fattori individuali: età, sovrappeso, forame ovale pervio (PFO), pregressi episodi di MDD.

È importante ricordare che la malattia da decompressione può colpire anche chi ha rispettato alla lettera il computer o le tabelle: nessun algoritmo azzera del tutto il rischio, per questo si lavora sempre con dei margini.


Cosa fare in caso di sospetta malattia da decompressione

Di fronte a sintomi sospetti dopo un’immersione, la regola è agire subito senza minimizzare:

  • Interrompi ogni attività subacquea e fai sdraiare la persona in posizione comoda, al riparo dal freddo.
  • Somministra ossigeno normobarico al 100% il prima possibile e in modo continuativo: è il primo soccorso più efficace e va proseguito fino all’arrivo dei soccorsi.
  • Fai bere acqua se la persona è cosciente e lucida, per contrastare la disidratazione.
  • Contatta immediatamente il numero di emergenza sanitaria e la centrale operativa subacquea (DAN Europe): sapranno indirizzare verso la camera iperbarica più adatta.
  • Conserva i dati dell’immersione (computer, profilo, miscela) per il personale medico.

Il trattamento definitivo è la ricompressione in camera iperbarica con ossigeno, che fa tornare in soluzione le bolle e ne favorisce il riassorbimento. Prima si interviene, migliore è la prognosi: non aspettare mai «di vedere se passa».


Come prevenire la sindrome da decompressione

La prevenzione è fatta di abitudini semplici e costanti. Sono le stesse che si imparano al corso base, ma vale la pena ripassarle a ogni stagione:

ParametroRaccomandazione pratica
Velocità di risalitaNon superare i 9-10 metri al minuto; ancora più lenta negli ultimi metri
Sosta di sicurezza3-5 minuti a 5 metri a (quasi) ogni immersione, anche quando non è obbligatoria
Margini sul computerUscire dall’acqua con ampio credito di non-decompressione, non «al limite»
Immersione più profondaFarla come prima del giorno, non dopo le altre
Intervallo di superficieAlmeno 1-2 ore tra immersioni ripetitive, di più se profonde
IdratazioneBere bene prima e dopo; evitare alcol la sera prima e subito dopo
SforzoEvitare pinneggiate intense e sollevamento pesi nelle ore successive
Volo dopo immersioneAttendere almeno 12 ore (18-24 ore dopo immersioni ripetitive o multiday)

Anche l’uso del nitrox respirando però sui limiti dell’aria aumenta il margine di sicurezza sull’azoto, e un buon computer subacqueo aiuta a gestire risalita e soste in modo preciso. Curare l’assetto neutro è ciò che ti permette di tenere davvero ferma la profondità durante la sosta.


Non confondere la malattia da decompressione con la narcosi da azoto

Sono due problemi diversi che coinvolgono lo stesso gas, l’azoto, ma in modi opposti. La narcosi da azoto è un effetto reversibile che compare in profondità — una sorta di ebbrezza — e svanisce da sola risalendo di pochi metri. La malattia da decompressione, invece, si manifesta in risalita o dopo l’emersione, è provocata dalle bolle e non si risolve da sola: richiede ossigeno e, spesso, la camera iperbarica.

Capire questa differenza aiuta a reagire nel modo giusto: se un compagno «non ragiona» sul fondo si sale un po’ e si valuta; se accusa dolori articolari, formicolii o spossatezza dopo l’immersione, si attiva subito la procedura di emergenza. Entrambi i rischi, comunque, si gestiscono con le stesse buone abitudini che si imparano quando si inizia a fare subacquea: pianificare l’immersione, restare nei limiti e risalire lentamente.


Consigli di Antonio

Se devo indicare l’errore che vedo più spesso, non è la risalita veloce in sé: è la fretta negli ultimi cinque metri, quando la voglia di uscire prende il sopravvento. Proprio lì, però, la variazione di pressione è percentualmente più grande. Io mi impongo sempre di trattare gli ultimi cinque metri come la parte più lenta dell’immersione, gonfiando pochissimo alla volta e usando la cima come riferimento. L’altra abitudine che mi porto dietro da anni è bere mezzo litro d’acqua appena risalito in barca, prima ancora di togliere la muta: costa niente e toglie di mezzo uno dei fattori di rischio più banali.


Domande frequenti

La sindrome da decompressione può colpire anche a bassa profondità?

È molto rara sotto i 10 metri, ma non impossibile in caso di immersioni lunghe, ripetitive o con risalite scorrette. Il rischio cresce soprattutto con la combinazione di profondità, tempo e velocità di risalita.

Dopo quanto tempo compaiono i sintomi?

Nella maggioranza dei casi entro un’ora dall’emersione, e in circa il 90% entro 24 ore. Sintomi che compaiono a distanza di due o tre giorni sono possibili ma poco frequenti.

La sosta di sicurezza è obbligatoria?

Non è sempre «obbligatoria» nei limiti di non-decompressione, ma è fortemente raccomandata: 3-5 minuti a 5 metri riducono in modo significativo il carico di azoto residuo. Conviene farla quasi sempre.

Posso volare il giorno stesso dell’immersione?

No. Le linee guida indicano di attendere almeno 12 ore dopo una singola immersione e 18-24 ore dopo immersioni ripetitive o su più giorni, per dare tempo all’azoto di essere smaltito prima della riduzione di pressione in cabina.

Il computer subacqueo mi mette al riparo dalla malattia da decompressione?

Riduce molto il rischio ma non lo azzera: gli algoritmi lavorano su modelli medi. Per questo si esce sempre con un margine, si risale lenti e si fa la sosta, anche quando il computer non la impone.

Antonio Parisi
Antonio Parisi

Antonio Parisi, classe 1985, si è avvicinato alla subacquea a 19 anni durante una vacanza in Sicilia. Quello che doveva essere un'immersione da turista si è trasformato in una passione che dura da oltre 15 anni. Certificato PADI Open Water Diver nel 2005, ha poi conseguito il brevetto Advanced Open Water e la specializzazione in fotografia subacquea. Ha effettuato oltre 400 immersioni tra Mediterraneo, Mar Rosso, Maldive e Mar dei Caraibi, con una predilezione per l'esplorazione di relitti storici e la fauna dei fondali italiani. Nel 2022 ha fondato Subacquea360.it con un obiettivo preciso: creare la risorsa italiana più completa e onesta per chi si avvicina alla subacquea o vuole migliorare la propria attrezzatura. Ogni recensione è basata su test diretti in acqua o sull'analisi approfondita delle specifiche tecniche e delle esperienze della comunità subacquea italiana. Antonio vive a Napoli e d'estate lo trovate quasi ogni weekend sotto la superficie del Golfo di Pozzuoli.

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